Non sono un appassionato di musica italiana. Ma rileggendomi il testo di questa canzone di Bennato, ho pensato che quell'isola non c'era allora e, oggi più che mai, continua a latitare...

18 ottobre 2004

Istinto di sopravvivenza

Yak

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Immigrati a Porta Orientale intorno al 1910.
L'odierna puntata della trasmissione "Radio Tre Mondo", affrontava il tema dell'immigrazione, oramai in vetta alla classifica dei problemi italiani e degli incubi del nostro superficiale immaginario collettivo.

E lo affrontava, come di consueto, discettando su regole, questioni umanitarie, leggi passate, presenti e future. Con la pretesa, insomma, di risolvere i problemi regolamentandone gli effetti, ma ignorandone totalmente le cause.

E' ancora vivo il ricordo della vicenda della Cap Anamur, la nave carica di disperati provenienti dalla martoriata regione del Darfur.

Se non stessimo parlando di una tragedia, ci sarebbe da ridere. L'Italia ha espulso quel manipolo di disperati che cercavano di sfuggire all'inferno del Sudan.
Lo ha fatto invocando il rispetto di norme approvate recentemente con il patrocinio di chi sostiene una dubbia salvaguardia dell'identità "italiana". Già questa sembra una barzelletta, vista l'Italia attuale, fatta di campanilismi atavici, e adesso declinati addirittura in forma di spinte secessioniste.

Ma non è questo il punto. Il punto è che ci troviamo di fronte a un fenomeno epocale, di cui questi episodi rappresentano solo l'inizio: centinaia di milioni di disperati che, spinti da quegli impulsi assolutamente non mediabili quali la fame e l'istinto di sopravvivenza, cercano approdo in quella piccola parte di mondo che però porta enormi responsabilità della loro condizione.

Quel mondo che dei consumi sfrenati ha fatto la propria ragione di vita, dove capita che un adolescente si suicidi perché si vede negato il motorino. Quel mondo che, in ossequio a regole atte a mantenere equilibri utili al mantenimento di questo status quo, prevede che gli eccessi di produzione alimentare - latte, carni, frutta - vengano mandati all'ammasso e distrutti, alla faccia di milioni di bambini del terzo mondo che muoiono per denutrizione.

E quindi avanti così, con riunioni esclusive degli otto potenti della terra sempre più blindate per proteggersi dalla rabbia crescente dei diseredati, che sono venuti al mondo senza averlo chiesto, ma che, visto che ci sono, su questo mondo vorrebbero restare il più a lungo possibile, e in condizioni decenti. E invece si vedono di fatto negato anche questo diritto.

E avanti con pelose conferenze sui problemi del terzo mondo, in cui si discute di tutto tranne che di una seria ipotesi di redistribuzione delle risorse, l'unico metodo per fermare questa spirale perversa che alla lunga potrebbe portare tutti alla distruzione, in un atto assoluto ma estremo di uguaglianza.

Abbiamo la pretesa di esportare i nostri "valori" nei paesi del terzo mondo, e invece esportiamo morte e distruzione. Ed esportiamo nostro malgrado questo folle "way of life" occidentale, che sta diventando modello e aspirazione di paesi come la Cina e l'India, miliardi di potenziali consumatori che, se raggiungeranno un tasso di motorizzazione pari al nostro, il petrolio sarà destinato ad esaurirsi nel giro di pochi anni.

E quando i livelli di spreco dovessero raggiungere quelli occidentali, e nella peggiore delle ipotesi quelli italiani, non basterebbero le risorse di tre pianeti come la terra.

Considerato il trend attuale, stiamo pur certi che presto verranno a rivendicare ciò che ritengono sia loro dovuto, ma non a bordo della Cap Anamur o di qualche altra carretta da disperati. Verranno a rivendicarlo forti dei loro eserciti e arsenali nucleari dei quali, ancora una volta grazie all'occidente, sono ampiamente dotati.

Allora vorrò vedere quale brillante soluzione inventeranno i nostrani e inflessibili difensori dell'ordine costituito, che trovano adepti anche in parte di una sedicente sinistra, attenta più a interessi di corporazione che alla solidarietà umana e all'eguaglianza tra i popoli.




14 ottobre 2004

Ricordo di una prostituta

Yak

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Ho scritto questa storia ispirandomi a un fatto avvenuto realmente, e raccontatomi nei particolari da un amico. Per ovvii motivi di rispetto verso i protagonisti, ho lasciato indefiniti i riferimenti temporali e geografici e aggiunto parti di fantasia, pur senza stravolgere il senso della storia. Purtroppo, nella realtà le cose sono andate anche peggio.

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Spiaggia d'inverno
Quando gli ultimi tre anni di incomprensioni e l'ormai irrimediabile allontanamento decretarono la fine della mia relazione con C., giunsi alla conclusione che, forse, la vita di coppia non era fatta per me. Ma non immaginavo che l'epilogo di una storia che pur non avendo più tracce di entusiasmo e di passione avrebbe lasciato un vuoto tanto grande. E così per molti mesi vissi in una specie di limbo, dove convivevano da un lato la sofferenza del lasciarsi alle spalle un pezzo di vita, e dall'altro il senso soave della ritrovata libertà.

Una sera d'inverno, stavo rientrando da una cena a casa di alcuni dei tanti amici che volenterosamente si adoperavano per presentarmi qualche loro amica, nella speranza che riscoccasse anche per me quella scintilla che tutti sognano. Nei fatti, era stata solo una piacevole serata, priva di grandi emozioni.
Era una notte insolitamente mite di un inverno rigido, e l'aria era particolarmente limpida. Invogliava a restare in giro a godersi un'atmosfera inconsueta per la mia città. Decisi così di fare una puntata in centro, e bermi una birra in un locale che rimeneva aperto fino all'alba.

Per fare più presto imboccai una strada dove spesso stazionavano giovani prostitute; era una strada stretta, e così mi ritrovai dietro una piccola coda di auto. Dopo qualche metro me la ritrovai davanti. Fu una folgorazione. Avrà avuto poco più di vent'anni, un viso pulito dai lineamenti perfetti, e un corpo da far girare la testa. Rimasi imbambolato a guardarla. Abbassai il finestrino per chiederle se era disponibile. Mi ricordo che tentai di farfugliare qualcosa, ma non riuscivo mettere assieme una frase sensata. Lei, senza dire niente, girò attorno alla macchina, aprì lo sportello ed entrò. Sorridendo mi indicò la strada per arrivare fino a un albergo nelle vicinanze.

Per me era la prima volta. Non mi ero mai posto il problema se fosse giusto o meno andare con una prostituta. Semplicemente non mi era mai passato per la mente di pagare in cambio di qualche ora di sesso. Durante il breve tragitto fino all'albergo, rimasi muto come un pesce, e ogni tanto la mia mente era attraversata da una domanda: "Ma che cosa sto facendo?"

Dopo alcuni minuti che mi parvero interminabili, arrivammo all'albergo e salimmo in camera. Rimasi in piedi senza riuscire a fare o a dire nulla. Mi sentivo uno stupido, e avrei voluto scappare. Ma temevo che mi sarei sentito ancora più stupido. Lei mi guardava e sorrideva divertita. Ma non c'era traccia di derisione nel suo sguardo. I suoi modi erano rassicuranti, e fu allora che mi sciolsi, e decisi di vivere questa strana avventura fino in fondo.

Il giorno seguente andai in ufficio, accompagnato da una sensazione di stordimento che non avevo mai provato prima. Mi chiusi nel mio studio, ma non riuscii a combinare nulla. Complice anche il risveglio dei sensi. Ma non era solo quello. Quella ragazza aveva scavato in me una traccia decisamente più profonda di quella che solitamente ti lascia una notte di sesso.

Dopo quasi una settimana, pressoché improduttiva dal punto di vista professionale, una sera, senza pensarci troppo, presi la macchina, e mi diressi verso la strada dove la avevo vista per la prima volta. Era nello stesso punto della volta precedente, e c'era la solita carovana di auto dietro a lei. Declinò con gentilezza le profferte degli automobilisti che mi precedevano, e quando mi vide, il suo viso si illuminò, e allo stesso modo della prima volta, entrò in macchina senza dir nulla.

Cominciò a diventare una specie di droga, ormai andavo a cercarla anche quattro volte alla settimana: l'ebbrezza dei sensi, certamente, ma anche una dolcezza nei modi che non avevo mai trovato in altre donne.

Una sera, quando entrò in macchina, mi sorpresi a chiederle se fosse disposta a dedicarmi una notte intera, che nelle mie intenzioni sarebbe iniziata a cena in un posticino sulle colline dei dintorni. Ci pensò qualche istante, e alla fine accettò volentieri, a condizione che l'accompagnassi a casa a cambiarsi. Mi meravigliai del fatto che non si facesse problemi a farmi vedere dove abitava; ma alle volte la fiducia nasce da una comunicazione ben più profonda delle parole.
Arrivammo a casa sua, e dopo un decina di minuti, la vidi uscire dal portone: con un abito verde pallido fino al ginocchio, scarpe basse, senza trucco e con i capelli lunghi e lisci abbandonati sulle spalle. Era bella da mozzare il fiato.

A tavola, si aprì, e mi raccontò di lei. Parlava un ottimo italiano, con una leggera inflessione che tradiva le sue origini. Si chiamava I., aveva ventiquattro anni, e proveniva da un paese agricolo a duecento chilometri da Mosca. Suo padre aveva delle terre e un'attività commerciale. Era anche a capo di un comitato di cittadini che si opponeva alla mafia locale. Un giorno, dopo varie minacce e avvertimenti, sparì e non si ebbero più sue notizie. La madre, finì per cedere alle offerte di chi probabilmente era responsabile della scomparsa del marito, e cedette in blocco terreni e attività.
A quel tempo I. aveva ventidue anni. Un giorno, un suo amico andò a trovarla a casa, e le raccontò che tramite altri amici avrebbe potuto introdurla alla carriera di modella in Italia. I. non era un'ingenua, e capì al volo dove volesse arrivare il suo (falso) amico. Nel frattempo, i pochi soldi realizzati dalla vendita dei beni del padre stavano finendo, e la sua famiglia era sempre più in difficoltà. Così, prese senza pensarci troppo una decisione, e fece una controproposta a quel maiale: "Non sono una stupida, e so che cosa andrò realmente a fare. Accetto a una condizione. Che il passaporto resti nelle mie mani, e che l'unica pretesa dei tuoi amici sia solo la percentuale sui miei guadagni. Non ho intenzione di fare la schiava."
Dopo due mesi era in Italia. All'arrivo incontrò una persona a cui consegnò un biglietto. Il suo "amico" aveva tenuto fede agli impegni. Aveva il passaporto in borsa, divideva un appartamentino dignitoso con un'amica, e nessuno aveva rivendicato privilegi in natura. Le rimanevano abbastanza soldi per sé, e una buona parte la mandava periodicamente alla famiglia. Inoltre aveva un giorno e mezzo di libertà alla settimana. Rispetto ad altre ragazze era stata fortunata.
La mattina successiva la riaccompagnai a casa sua. Ci salutammo in macchina, davanti al portone, con un lunghissimo bacio. Non dimenticherò mai quel momento.

Il sabato successivo decidemmo di andare a trascorrere il fine settimana al mare, nella deliziosa locanda di un mio carissimo amico. Era ancora inverno, e non c'era nessuno. La sala da pranzo era un'ampia veranda che si affacciava sul mare. La sera a cena, con una candela tra noi feci il grande passo: le chiesi se avrebbe voluto dividere la sua vita con me. Sorrise, ma i suoi occhi blu si inumidirono. Mi rispose semplicemente "sì".
Mi disse di pazientare qualche giorno, che sarebbe tornata ancora al suo posto per non destare sospetti. Nel frattempo io avrei organizzato la partenza verso lidi sicuri.

La sera successiva tornai nella solita strada. C'erano parecchie ragazze, le solite code di auto, ma non riuscivo a vedere I. Parcheggiai, apettandomi di vederla apparire da un momento all'altro.
Dopo un'ora, mi recai a casa sua. Suonai il citofono. Mi rispose la sua amica, dicendomi che era uscita alla solita ora.
Ritornai al suo posto, e ritornai ancora a casa sua. L'amica, preoccupata mi disse che non aveva notizie. Passai la notte in strada, senza risultato. Dopo tre giorni che facevo la spola, la sua amica mi pregò di non tornare più. Sarebbe stato troppo pericoloso per lei e per me. Mi rivolsi alla polizia, spiegando tutta la storia nei dettagli. Mi fecero sporgere denuncia, ma mi dissero anche di non farmi troppe illusioni.
Non rividi più I.

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Sono passati dodici anni da quel giorno. Faccio vita ritirata, ho abbandonato la professione, e l'unico amico che vedo è il padrone della locanda sul mare, dove ogni tanto vado a trascorrere qualche fine settimana d'inverno. E quando mi siedo vicino al mare, ripenso agli occhi blu di I.

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Dedico questa storia a tutte le ragazze ridotte in schiavitù da sfruttatori che sono la quintessenza dell'infamia, delinquenti indegni di trovare posto in una società civile.